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Valle dello Ziz, foto di Laurent Bois-Mariage

«Un paese è ciò che noi siamo nel momento in cui lo visitiamo».

Il Marocco bisogna intuirlo, immaginarlo, fare attenzione ai particolari, è un enigma da sedurre con garbo: per affrontarlo non serve una guida da scorrere distrattamente ma un libro che ci accolga con la stessa ospitalità dei suoi abitanti.
E dato che la vita privata di un paese passa anche per l’immaginario e per le storie che ha ispirato, questo libro dovrebbe essere come un romanzo che ne contiene altri mille – alcuni fedeli alla sua anima, altri splendidamente infedeli.
Sembrerebbe un libro impossibile, eppure è esattamente quello che ha scritto Tahar Ben Jelloun: l’autore di Creatura di sabbia accompagna il lettore verso l’anima più autentica del Marocco, in un itinerario le cui tappe sono le città e i deserti, i ricordi personali e la storia ufficiale, le leggende della sua terra e le tracce lasciate dagli stranieri che l’hanno attraversata.
Si parte da Tangeri («una città abituata all’abbandono, che produce eroi stanchi») – anzi dal suo famoso Café de Paris da dove osservare i tanti viaggiatori, da Ginsberg a Burroughs, da Bowles a Barthes, che come pellegrini vi sono giunti in cerca di piaceri promiscui, di oblio o di un nuovo inizio – per poi proseguire verso Casablanca, Fes, Marrakech, fino ai sentieri meno battuti della Chaouia o a uno sperduto accampamento ai piedi dell’Atlante.
Lo sguardo partecipe e affettuoso di Ben Jelloun non ignora nemmeno le ineguaglianze che ancora feriscono il Marocco, dalla corruzione a tutte quelle cattive abitudini che «si fanno certezze agli occhi di una popolazione che le accetta rassegnata». Perché se è vero «che ci sono paesi che ci incantano e altri che ci maltrattano o che sono una pena per gli occhi e ci danno l’emicrania», è anche vero che molto dipende dalla nostra disposizione ad accogliere quello che ci viene presentato: «L’anima non si dà, non si concede, non svela niente della sua intimità. È in noi o non è».

Questa la presentazione del libro che ho divorato durante un viaggio in treno. Io sono nato turisticamente con il Marocco. I primi viaggi che ho accompagnato e i primi che ho organizzato sono stati in questa terra dai molti colori e dalle molte facce. Il mio avvicinamento culturale al Marocco è stato molto differente da quello di Ben Jelloun, ovviamente. Anzi si può dire che io abbia conosciuto il mondo arabo ed islamico attraverso il Marocco per poi accorgermi in seguito quanto fosse distante dal resto della cultura araba la gente a cavallo dell’Atlante. Il marocchino è più europeo di quanto si pensi nel bene e nel male. L’ospitalità e l’onestà sono le loro virtù più forti ed evidenti. E poi c’è la terra. Così varia, esagerata nelle sue espressioni. Da rigogliose pianure a deserti sconfinati. Da acque cristalline ad aspre montagne. Da tranquilli villaggi a vivaci souk. Il Marocco è ricco. Ma soprattutto ospitale.

Il romanzo di Tahar Ben Jelloun ripercorre il paese attraverso episodi della vita quotidiana di gente comune ed intellettuali cercando di coprire il ventaglio più ampio possibile di umanità. Traspare l’amore profondo e conflittuale dello scrittore per il suo paese e anche la speranza di un futuro sempre migliore.

Pubblicato il 21 dicembre 2010 alle 10:01di Paolo Zaccheo

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