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balena - pen valdes Argentina Press Tours

Articolo uscito su www.mondointasca.org dal titolo: La mia Argentina

Autore: Nicoletta Liguigli

Da Buenos Aires alla Patagonia, a sud fino alla Terra del Fuoco, per poi risalire a est verso i grandi ghiacciai andini e in ultimo a nord, nella foresta, a Iguazù. Un lungo viaggio in una delle terre più appassionanti.

Sono atterrata all’aeroporto di Buenos Aires, è primavera, il sole scalda il mattino e lascia presagire una giornata calda e umida sulla città, meglio così visto che amo il caldo. Meglio così visto il numero di giardini e angoli colorati che si contano in città. La guida mi aspetta nella hall dell’albergo, si chiama Ignazio e coincidenza vuole che si stia laureando in storia contemporanea e che il suo prossimo esame sia sulla storia contemporanea dell’Argentina, la fortuna mi arride. Inizia da qui il mio breve ma intenso cammino: da Buenos Aires alla Patagonia, a sud fino alla Terra del Fuoco, per poi risalire a est verso i grandi ghiacciai andini e in ultimo a nord, nella foresta, a Iguazù.

 Con Ignazio cammino dall’albergo alla Casa Rosada e mi mostra una metropoli dai viali larghi, una città piena di respiro e adagiata sul fiume più largo del mondo, il Rio de la Plata. È così largo che non si vede l’altra sponda. Il delta del fiume accoglie questa immensa città di oltre 3.000 chilometri quadrati, che conta, tra la provincia e la città di Buenos Aires tredici milioni di abitanti. Con Ignazio visito alcuni dei luoghi più significativi e mi accompagna, con le sue parole, nella storia del paese, dal peronismo e le sue contraddizioni alla dittatura dei generali e alle imminenti elezioni del Parlamento.

Mi racconta dell’esilio di Perón in Spagna, ospite di Franco; mi spiega il latifondismo ancora così diffuso; mi aggiorna sulle imminenti elezioni del Congresso, ossia il Parlamento, e degli scandali che stanno travolgendo la ‘Presidenta’ Cristina Kirchner. In qualche ora mi dipinge l’affresco di un paese immenso e variegato, in piena crisi economica dopo il crollo del 2001, quando l’Argentina, primo paese al mondo ha dichiarato fallimento. Dopo di allora si è creato un sistema finanziario parallelo e al cambio ufficiale si è affiancato un cambio nero. L’euro e il dollaro al cambio nero procurano una quantità di pesos che ti fa sentire un nababbo, laddove gli argentini non possono acquistare moneta straniera e tanto meno fare pagamenti esteri se non con procedure complesse. Questo è un primo elemento che segna il polso della crisi e le difficoltà che il paese sta ancora affrontando. La ‘Presidenta’ ha perso una grandissima fetta di consenso a differenza del primo mandato quando era stata eletta con un numero di consensi altissimo, il Presidente, Nestor Kirchner era appena morto e la Presidenta sembrava all’altezza della situazione.

Sono nel quartiere Boca, sto camminando verso il fiume al termine del Caminito e le case custodiscono ancora le storie dei loro padroni con pervicace gelosia e con la cura di una madre. Sussurrano, attraverso i colori, la storia dei loro padroni partiti da altre case in città lontanissime dove si respirava il gemito di dolore per un abbandono mai voluto ma necessario, da chi con amore e cura le abitava prima di andare alla fine del mondo. La popolazione era soprattutto di  origine genovese e gli abitanti utilizzavano i fondi di vernice con le quali si pitturavano le navi in rada per verniciare le facciate delle loro nuove case, fatte di legno e un pochino sbilenche. Questo porto immenso galleggia sul fiume Plata color fango, color della terra, che denudata dagli alberi, dona pezzi di sé ed è così per tutti i fiumi che vedrò in successione durante il mio viaggio, raccolgono moltissima terra dall’Amazzonia con ripercussioni sull’equilibrio ecologico della regione.

Con Ignazio ci fermiamo  al famoso Caffè Tortoni, caffè storico, luogo di incontro di numerosi artisti e di personalità famose e la sera frequentato dai tangueros. Ricorda molto le nostre pasticcerie di provincia dal sapore antico e sorseggiando un caffè, festeggiamo il mio viaggio e le tartarughe che placide nuotano nello specchio d’acqua dove finisce il Caminito: Ignazio è stupefatto, è la prima volta che vede un essere vivente in quelle acque. Ci salutiamo con scambio di indirizzi e titoli di libri sul peronismo e Evita, domani sarò a Trelew e da lì la Penisola Valdes e i suoi abitanti: pinguini, leoni marini e balene.

La prospettiva di ciò che vedrò l’indomani mi accompagna al sonno e la sveglia alle quattro e mezzo del mattino non mi dispiace per nulla. Trelew, la porta della Patagonia terra mitica, così lontana, così vasta, così piena di luce. Il freddo è intenso, portato da un vento che non smette mai, proveniente dalle Ande ad ovest, che lascia tutta la sua carica di umidità sul versante cileno di tali montagne per soffiare secco e freddo in Argentina. L’Argentina me la immagino come una vecchia dama nobile e scaltra che ha visto tantissimo e che dietro a un carattere duro e deciso, nasconde una sensibilità profonda e generosa. Me la immagino come una vecchia dama che offre la sua casa ricca di bellezze naturali inimmaginabili. È grande sette volte l’Italia, raccoglie in tutto circa quaranta milioni di abitanti e spazia dal clima subtropicale della regione a nord di Misiones al clima antartico della Terra del Fuoco.

 Nella Penisola Valdés da febbraio a novembre si possono trovare le balene che vengono a partorire e a nutrire i piccoli per poi lasciare la costa e iniziare il lungo viaggio in mare aperto verso l’Antartico durante la stagione estiva, mare che a quel tempo è ricco di krill. Si tratta dalla balena franca australe, un animale estremamente docile e curioso, caratteristiche che l’uomo ha sfruttato per cacciarle indiscriminatamente fino agli anni settanta portandola sull’orlo dell’estinzione. A oggi sono salvaguardate ma vi sono altre insidie che ne minacciano la sopravvivenza: l’inquinamento, la caccia da parte delle baleniere giapponesi, la diminuzione del cibo disponibile. La quantità di krill diminuisce e lo strato di grasso si abbassa e ciò le rende più vulnerabili al freddo, inoltre c’è un nuovo nemico, i gabbiani.

Questi uccelli scendono in picchiata dal cielo per conficcare il loro becco sul dorso delle balene quando escono per respirare, circa ogni sette, otto minuti e nella pelle della balena si formano dei buchi che arrivano in profondità. I gabbiani hanno imparato a cacciare così procacciandosi cibo nelle discariche umane e le balene iniziano a morire di infezioni che non riescono a combattere se la lacerazione della carne è vasta e profonda. Più a sud a largo delle isole Falkland (o Malvinas, come le chiamano gli argentini), il combinarsi di correnti oceaniche favorisce l’abbondanza di pesce che ha attirato come miele i grandi pescherecci delle multinazionali i quali buttano a mare tonnellate al giorno di scarti di pesce, ingrandendo sempre di più la popolazione di gabbiani che utilizza questo nuovo metodo di caccia. Gli scienziati stanno studiando il problema, le soluzioni sono naturalmente molto difficili da mettere in atto e si tratta di strategie che coinvolgono più soggetti e territori anche lontani e che apparentemente non c’entrano nulla.

Sono su di un grosso gommone a motore nella baia della Penisola. Il sole è splendente, il vento all’interno della baia è notevole ma l’onda rimane piuttosto bassa e ci permette di navigare in tranquillità. Il freddo è pungente. La baia risplende chiusa in un abbraccio di rocce ricche di stratificazioni, storia geologica a portata di mano, milioni di anni che si affacciano sul mare blu chiaro e sul cielo cobalto senza una nube. A un tratto, dal mare, un ciuffo di vapore svela la posizione del balenottero e dopo qualche minuto vediamo la sagoma della testa della madre emergere dalle onde. Siamo vicini tanto da vederne benissimo il profilo mentre il cucciolo è pancia all’aria con le pinne dorsali all’insù. Non trovo le parole per spiegare la grandezza di questi animali, ci seguono e ci guardano, navigano a fianco della nostra barca, giocano tra di loro, il cucciolo è così attivo e si mostra con le pinne in più posizioni. La madre si pone in verticale e ci guarda per poi immergersi nuovamente sollevando l’enorme coda fuori dall’acqua.

Pubblicato il 24 gennaio 2014 alle 16:26di Giovanni Frenda

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