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Cucina caraibica

Frutta e ortaggi nei Caraibi - Foto Archivio Press Tours (http://www.presstours.it)

Cucina caraibica

La cucina caraibica in progressiva evoluzione innovativa da secoli è risultante dall’adattamento e dalla combinazione di pratiche gastronomiche tipicamente indigene con altre multiculturali. La cucina dei Caraibi è definita ‘creola’ per la fusione globale di influenze culinarie introdotte nelle isole. Ciò avvenne dapprima dall’Europa tramite conquistatori e coloni, dall’Africa con gli schiavi dai primi del ‘600 a metà dell’800, dall’India, dall’Asia e in particolare dalla Cina dagli immigrati in America Latina negli ultimi decenni del ‘900. Altro apporto dovuto alla vicinanza geografica fu quello di tecniche di cottura e di alimenti dal Messico, dall’America Centrale e dal Sud America settentrionale. La gastronomia tradizionale piccante delle tribù indigene dai sapori locali tropicali di base comune nell’area dei Caraibi accolse ingredienti e tecniche di preparazione tipici di classi sociali e di culture differenti. Da un substrato gastronomico comune la cucina caraibica andò comunque ad elaborare ricette tipiche di ogni isola nel Mar dei Caraibi.

Gli indigeni si nutrivano di pomodori (importati dal Messico dall’epoca precolombiana), peperoni, zucca, fagioli di Lima, igname, peperoncino e molta frutta (albicocca, ananas, avocado, papaia, guaiava, ecc.). La tribù indigena Arawak inventò una cottura anticipatrice del barbecue, i Caribi altre metodologie. Dopo che i conquistadores europei scoprirono l’America e lottarono per acquisirvi proprietà, gli spagnoli si stabilirono sulle isole di Puerto Rico, Cuba e Hispaniola. Con la colonizzazione, gli europei (olandesi, inglesi, francesi, spagnoli) introdussero alcuni alimenti (aglio, cipolla, riso), animali da carne (pollo, maiale) e metodi di cottura. Nel Nuovo Mondo, i conquistatori spagnoli adattarono la cucina iberica d’origine a quella indigena sostituendo gli ingredienti irreperibili con quelli locali autoctoni.

La batata (patata dolce o americana) e la yuca (manioca) autoctone furono due risorse alimentari essenziali per sfamare gli schiavi della tratta forzata dall’Africa come manodopera nelle piantagioni di canna da zucchero nelle isole dei Caraibi. Anche i coloni iniziarono a consumare batate (bollite e alla griglia) e la manioca sia come radice fresca bollita come le foglie, sia come polpa del frutto essiccato ridotto a farina o fecola da cucinare come focaccia sostitutiva del pane. Dalla costa occidentale dell’Africa furono introdotte nuove piante commestibili di ortaggi come l’okra (o gombo), i piselli e altre specie di banane come il platano. Dopo l’abolizione della schiavitù, l’integrazione delle popolazioni di origine africana nella società coloniale portò alla fusione definitiva delle culture alimentari presenti sul territorio caraibico. Nel nuovo stile culinario che si andò ad affermare trovarono posto ingredienti consumati abitualmente da classi di diversa estrazione sociale. Agli alimenti poveri come riso e mais, fagioli e altri legumi, pollame e maiale, pesce, verdura, frutta dei nativi si associarono quelli più costosi, ossia farina di grano, manzo, crostacei.

Le calde temperature atmosferiche e lo scarseggiare del legname giustificarono inizialmente metodi di cottura rapida come grigliata e frittura, quasi mai al forno. In tempi più recenti le abitudini alimentari caraibiche sono state modificate dall’introduzione di nuove gamme di spezie (in particolare la miscela di curry con forte predominanza di curcuma), del tamarindo e di piatti originari come stufati speziati con riso e latte di cocco dell’India occidentale, zuppe e utilizzo del wok per cuocere della Cina. Nei Caraibi abbonda l’assortimento di verdura e di frutta tropicale, spiega Press Tours. Mango, noci di cocco, banane e il frutto dell’albero del pane sono ingredienti di base anche per prodotti di pasticceria, macedonie e bevande rinfrescanti.La cucina etnica di Press Tours

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